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“Coraggio vedrà che guarirà”

Coraggio vedrà che guariràUn caro saluto a chi legge, specialmente a coloro che si trovano nella morsa del dolore e della malattia;

a tutte le persone che ne accolgono le sfide e che si fanno loro ‘prossimi ’.

Chi vi saluta è una donna di 76 anni che per circa 40 anni si è dedicata alla cura delle persone malate, con esperienze che andavano dai bimbi con una gran fretta di nascere, i c.d. pretermine o prematuri, alle persone che avevano molta voglia di vivere anche alla soglia dei cento anni.

Tutte esperienze arricchenti che spiegano, senza bisogno di raccolte di libri, quanto è tenace la vita e con quanta energia esige d’ essere vissuta.

Per tanti anni sono stata accanto ai malati piccini, ai giovani, agli anziani ed anche ai c.d. vecchietti: ebbene, la realtà della persona è sempre degna di rispetto e cure sino all’ultimo respiro, perché quel soffio vitale che origina e caratterizza l’essere umano è uno spirito indistruttibile a cui possiamo dare il nome di speranza, o se più vi aggrada: aspettativa di salute e vita..

La mia esperienza di malata:

Nella bella mattinata romana del 24 luglio 2011, mentre mi preparavo per andare a Messa, ho avvertito come uno strana vibrazione alla gamba sinistra. Mi fu facile capire che non era effetto di stanchezza, o di caldo; era la percezione esatta d’un fatto nuovo. In tre secondi la gamba sinistra era rigida e immobile, per cui non sono riuscita nemmeno a rimettermi a letto. Mi sono distesa per terra aspettando che mani pietose venissero ad aiutarmi.

Sono arrivate le mie Consorelle e gli esperti del pronto intervento. Il medico mi toccò la gamba sinistra dicendo sorridente: ‘ Coraggio, vedrà che guarirà ’.

Primo incoraggiamento.

Trasportata in Ospedale, il neurochirurgo, durante le indagini strumentali (Tac, risonanza, ecct.,) mi si è avvicinato dicendomi che ero conciata male, ma- aggiunse- che se volevo, potevo farcela.

Secondo incoraggiamento.

Ritorno a casa (perché era luglio e non c’erano letti disponibili, se non in corridoio, ed una persona improvvisamente resa immobile, non gradiva certo le procedure coram populo)) .

Ricovero presso i Fatebenefratelli.

Conferma della gravità del mio stato. Da precisare che l’emiparesi priva e limita fortemente i movimenti, ma non risparmia dolori molto forti.

Vengo affidata al dott. T***, un giovane neurochirurgo che ha fatto eseguire tutti gli esami possibili e con questi ho ricevuto il terzo incoraggiamento, anche se le mie condizioni, nel frattempo erano un poco peggiorate. Dopo sono stata trasferita presso al centro di riabilitazione Rodi 2 di Roma, ed è iniziata la c.d. riabilitazione

Questa, brevemente, la cronaca della mia malattia.

Nessuno mi aveva nascosto che la mia situazione era molto grave e che occorrevano tempi lunghi, se fossi sopravvissuta. Fra tanta comprensione, qualcuno ha avuto la felice idea di esortarmi alla rassegnazione: per come stai, hai poco da aspettarti (sic!). Per le persone determinate una frase simile è un invito a lottare di più, per cui quell’invito l’ho rifiutato con tutto il mio essere.

Mi sono detta che pur non avendo trenta anni, questo non significava che almeno potevo aspirare a rimettermi in piedi, sopravvivenza permettendo, perché l’idea di rimanere inerte a letto non mi attirava per niente.

Oggi, 18 febbraio 2014, non corro e nemmeno cammino speditamente, ma riesco a svolgere le mie piccole faccende, scrivo a mano e al computer. Ho messo in moto il braccio sinistro e piano piano ho convinto la relativa mano ad aiutarmi in piccoli lavoretti.

quadro

“un mio quadro dopo l’ictus”

Non sono veloce e non sono precisa, ma faccio qualcosa: lavoro ai ferri, qualche punto di ricamo, ed ho ripreso in mano i pennelli. Vero è che il pennello si adopera con la mano destra, ma le sinistra è importante per l’equilibrio e tutto quello che occorre per adoperare colori e pennelli.

Quando vince la stanchezza, appoggio la mano sul tavolo, aspetto che passi, faccio qualche movimento e poi riprendo il lavoro – ma niente tutore, per favore!

Questa in breve la mia vicenda dell’emiparesi.

Mi si consentano alcune riflessioni personali sull’esperienza della malattia.

Avevo diretto scuole per l’assistenza agli infermi, ma vivere la malattia è tutta un’altra impresa.

Si è coinvolti personalmente e si sta attenti ad ogni mutamento d’espressione dei curanti.

A nulla a nulla valgono conoscenze ed esperienze. La persona malata diventa vulnerabile e se non trova in se stessa la sorgente del coraggio, poco o nulla possono fare gli altri.

Certamente al malato non sfugge l’impegno e la dedizione dei sanitari, e per quanto coloro che lo hanno in cura fanno quanto a loro possibile per aiutarlo, non possono mai soddisfare tutte le necessità di una persona gravemente colpita, ma certo la loro cura è risolutiva.

La malattia può essere un discorso teorico, ma chi la subisce la vive in tutte le sue dimensioni: corpo, psiche, anima e spirito e le attese di salute le riguardano tutte.

L’essere umano, per sua natura, non ammette frammentazioni della sua realtà.

Certamente accostarsi alla persona sofferente non è compito facile, perché il dolore della malattia è indicibile e le difficoltà sono tante.

Parafrasando le parole d’un sopravvissuto di Hiroschima mi piace ripetere una frase: “ non c’è parola in nessun linguaggio umano, che possa dire il tormento di coloro che soffrono e non hanno cognizione del perché del loro dolore”.

Chi ha curato i malati comprende che queste parole non sono letteratura .

Cerco sempre d’essere rispettosa verso tutte le ideologie e connesse filosofie sulla vita, ma in questo momento mi sorge spontaneo dire a coloro che non hanno fede nella vita che dobbiamo avere rispetto assoluto per essa, dall’inizio al suo compiersi, a partire dalla nostra. Il motivo è semplice: nessuno ha certezza che la morte sia la fine di tutto.

Il desiderio di eternità insito nell’essere umano, non può essere un caso. Allora, per non avere incresciose sorprese, rispettiamo la vita e viviamola con la speranza di goderla anche in eterno.

Alcuni filosofi distinguono (la grande) Speranza e la piccola speranza che è lo sperare di ogni giorno. Bene, io spero nei piccoli miracoli d’ogni giorno, nell’attesa della grande Speranza, che è una gioiosa attesa della Salvezza universale che ci dona il nostro Dio, Padre della Vita.

Grazie di cuore a coloro che mi ospitano e auguri di Vita lunga e Buona, ci direbbe Etty Hilesum ( Morta ne campi di concentramento. Dal diario).

Angelica