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Intervento per l’occlusione carotidea: fondamentale per evitare TIA e ictus

occlusione carotidea

Le carotidi sono importanti arterie piuttosto grandi posizionate ai due lati del collo che servono per l’irrigazione sanguigna cerebrale. Trasportano sangue ossigenato e devono essere sempre in ottime condizioni di salute per far sì che non si rischino problemi potenzialmente gravi causati da placche o coaguli che in condizioni non ottimali possono formarsi all’interno del vaso.

Perché si occludono le carotidi?

Alimentazione sbagliata, farmaci o predisposizione genetica possono provocare un accumulo di placche solide costituite da residui di calcio o colesterolo sulle pareti di questi vasi e a lungo andare queste rischiano di causare un restringimento più o meno importante della stessa arteria con conseguente difficoltà di afflusso sanguigno e rischio trombotico elevato. Questo significa che una delle placche, o parte di essa, può staccarsi dalla sede in cui si è formata e arrivare al cervello occludendo completamente un altro vaso più piccolo con conseguente stroke o TIA.

Lo stroke è l’ictus ischemico e le sue conseguenze possono essere davvero gravi, da piccole invalidità recuperabili con una buona riabilitazione a situazioni potenzialmente fatali, in base all’area cerebrale colpita e al tempo che intercorre dall’attacco al soccorso medico.

In alcuni casi il rischio di ictus per occlusione carotidea può essere tenuto sotto controllo perché le placche hanno già provocato dei sintomi che hanno indotto medici e paziente a conoscere la situazione dei propri vasi sanguigni, ma altre volte l’occlusione, che avviene in un tempo medio-lungo, può essere totalmente asintomatica e in questo caso se ne può venire a conoscenza casualmente solo in seguito ad esami, come l’Ecocolordoppler, prescritti per altri motivi.

Cosa fare quando si scopre di essere affetti da occlusione carotidea?

Quando un medico si accorge della presenza di una situazione di stenosi carotidea, è opportuno valutare la gravità dell’occlusione e prendere provvedimenti relativamente all’entità della placca. Se l’occlusione supera la percentuale del 60-70% il cardiologo previdente consiglia solitamente un intervento chirurgico.

È possibile anche affidarsi alla terapia farmacologica quando la situazione è meno grave, tenendo comunque presente che non esiste una cura che ripulisca le arterie, ma è comunque possibile impedire che la placca esistente aumenti di dimensioni.

L’intervento può avvenire in due modi diversi: si può incidere il collo in un’area prossima a quella dell’occlusione o si può inserire un catetere che attraverso la femorale arriva alla carotide per impiantare una struttura metallica in grado di “tenere aperta” l’arteria.

Il primo metodo può avvenire in anestesia locale o generale; viene inciso il collo e interrotto con delle pinze apposite il flusso sanguigno così da poter aprire la vena, staccare la placca con molta attenzione e richiudere il vaso con un patch di tessuto biocompatibile. Se entrambe le carotidi sono occluse è ovviamente necessario inserire nel modo opportuno un piccolo tubo (shunt) dentro l’arteria che sopperisca alla mancanza di flusso sanguigno per tutto il tempo di durata dell’intervento, che è comunque troppo lungo perché il cervello possa restare senza ossigeno.  In questo casoil ricovero dura 3-4 giorni e il paziente può poi tornare a casa e continuare la convalescenza assistito dai familiari.

Esiste un altro metodo di operare una stenosi carotidea, sicuramente meno invasivo del precedente: l’angioplastica con dilatazione mediante cateterismo. In questo caso il catetere inserito nella carotide attraverso l’arteria femorale inserisce un palloncino che si gonfia solo quando arriva all’area occlusa.  Questo palloncino gonfiandosi posiziona uno stent, una piccola rete metallica apposita che schiaccia la placca restituendo alla carotide la giusta ampiezza.

Ci sono rischi durante l’intervento?

Anche l’operazione più semplice può presentare in alcuni casi delle complicanze che i medici devono gestire in emergenza. In particolare, in queste operazioni per la stenosi il rischio è quello che, durante l’operazione di pulizia della placca, questa possa frammentarsi mandando in circolo piccole scorie potenzialmente occlusive. Il rischio che queste placche possano provocare un ictus durante l’intervento è comunque inferiore al 2%. Poco più rischiosa è l’angioplastica, ma ultimamente i sistemi di protezione utilizzati, tra cui ombrellini di rete fitta che filtrano il sangue da eventuali frammenti durante l’operazione, hanno abbassato molto la probabilità di rischio rendendola ormai un’operazione di routine.

In seguito all’operazione è possibile che una piccola placca possa riformarsi col passare del tempo, ma solitamente questa seconda formazione è più piccola e meno pericolosa della prima e, in ogni caso, se la prima operazione non è stata mediante cateterismo, è possibile operare una seconda volta  effettuando un’angioplastica.

Per quanto possa esistere un minimo rischio durante l’intervento è comunque fondamentale che il cardiologo spieghi al paziente quanto sia importante avere le arterie libere da ostruzioni per eliminare il rischio che, anche improvvisamente, possano causare attacchi ischemici provvisori o veri e propri ictus.