Non so come aiutarlo

Helping hands  against bright nature background

14 novembre 2014 ore 10,45 Alberto , mio marito, non sente più la gamba sinistra.

Chiamo aiuto ed in men che non si dica siamo al pronto soccorso del paese dove abitiamo e da quel momento la nostra vita prende un nuovo corso.

Ictus ischemico emiplegia sinistra.

La prima settimana trascorre tra paura di un secondo evento , e poi con il terrore delle conseguenze. Qualcosa altro mi tormenta : Alberto mi pare non gradire la mia presenza , il mio aiuto, mentre lo richiede e si rivolge a tutti  cercando di evitare me. Accuso la malattia ,  ma mi dispero sopratutto perché non capisco .

Mi sforzo di tenere duro.

Ma …. Un vecchio tarlo roditore riaffiora e tra noi è la fine.

Mi vergogno ma pensavo che la nuova situazione lo avrebbe riavvicinato e che la tenerezza di un tempo in qualche modo ci avrebbe aiutato a superare “fianco a fianco” anche questa nuova dura prova. Fallimento totale.

La mia sensazione di inadeguatezza diventa dolore e poi rabbia, mentre la sua disgrazia pare diventare odio ed intolleranza per qualsiasi cosa io faccia. Non parliamo poi della triste atmosfera che ci circonda.

Mi vergogno ancora di più  per quello che sto per dire : non so se rimanere al suo fianco per fargli da badante lo aiuterà . Lui non mi vuole più ed io sarò costretta per il suo bene a trovare la forza di andarmene.

Vorrei morire. Un altro motivo per vergognarmi. Non so davvero come aiutarlo.

Veronica

4 Responses so far.

  1. Avatar Valerio Sarmati ha detto:

    A volte accade un meccanismo particolare da parte del malato, c’è tanta rabbia e dispiacere nell’essere di peso per i propri familiari e questa viene manifestata in modi simili a quelli che racconti

    • Avatar Federico Lorenzini ha detto:

      è dura penso ma io credo che la persona del racconto dovrebbe sforzarsi di capirlo in questo caso noi malati ,ictati,
      possiamo aiutarla a entrare in sintonia con il marito, perche’ siamo stati dall’ altra parte e possiamo capire cosa si prova a perdere parte del corpo e sentirsi finiti, odiare qualunque cosa , perche’ conosciamo la vita da normale ma non conosciamo quella del disabile, poi per i piu’ sfortunati che sono stati colpiti dall’ictus nella parte sinistra del cervello, c’è anche un problema di comunicazione quindi è ancora piu’ difficile farsi capire.Io penso che è troppo facile lasciare un pezzo vecchio non funzionante il difficile è riuscire a rimettere in piedi il pezzo vecchio che magari ti puo’ dare tanto dopo la prima fase che è quella piu’ difficile , altrimenti saremmo tutti soli perche’ prima o poi il male colpisce chiunque poi evitare discorsi tipo la morte per favore e un po’ di sano ottimismo sarebbe salutare per il malato, questo è il mio consiglio.

    • Avatar Iriana Tiberi ha detto:

      E’ proprio cosi’ i malati si sentono di peso verso i famigliari e qualche volta reagiscono con cattiveria e rifiutano l’aiuto. Io sto provando questo con mia madre che e’ stata colpita da piccole ischemie, ma numerose che hanno fatto si che non puo’ piu’ parlare ma e’ lucida e rendendosi conto che non riesce a farsi capire si chiude sempre piu’ in se stessa.

      • Avatar antonella ha detto:

        Cara veronica, come ti capisco. Io dal 20 maggio 2014 sto seguendo mio fratello che a 58 anni è stato colpito da ictus emoraggico e ischemIco. Lo seguo io perché 4 mesi prima era rimasto vedovo. Lui viveva a Salò , poi ho deciso di portarlo qui a bari dove vivo e dove lui è nato. Inizialmente si faCeva seguire ma ora è dinventata una situazione impossibile. Non vuole fare niente e mi aggredisce verbalmente qualsiasi cosa io dica( soprattutto quando gli dico di lavarsi ). Non è giusto! Lo so lio ha mille ragione perché si ritrova su una carrozzina e solo . Ma io che colpa ho in tutto questo!!!!!. Mi devo ammalare?? Se non avesse trovato me , chi si sarebbe preso cura di lui? La figlia? CHe non ne vuolè sapere di niente!!. Aiutatemi , vi prego. A me dispiace , ma non ne posso più .. aiutatemi se potete. Grazie